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E' scomparso Emilio Pozzi

2010-04-22

 

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Le città porto: da Ancona a Napoli

Tratto da "Due Dialoghi in lingua rustica"

 di Angelo Beolco, detto il Ruzante

 

regia di Gianfranco De Bosio


con
Eleonora Cannizzaro , Romina Mascioli, Pasquale Pepe, Paolo Polverini, Beppe Ravaioli, Alejandro Romagnoli

 scene di Celeste Taliani

progetto di Vito Minoia

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Angelo Beolco, detto il Ruzante dal personaggio che interpretava in teatro, nato intorno al 1496 e morto a Padova il 17 marzo 1542, fu uno dei maggiori autori e attori del secolo XVI.
Figlio illegittimo di Giovanni Francesco Beolco, dottore in arti e Medicina dello Studio Padovano, visse in ambiente familiare agiato e colto. Fu amico e collaboratore del patrizio Alvise Cornaro, di origine veneziana, trasferitosi a Padova, complessa figura di scrittore umanista e grande proprietario terriero. Il Cornaro riuniva intorno a sé, nel suo palazzo, i più celebri intellettuali dello studio universitario; il famoso architetto Giovanni Maria Falconetto costruirà per lui, adiacente al Palazzo, l’edificio per le feste letterarie e musicali, e proprio per il Ruzante la Loggia, cui si ispirerà il Palladio, in cui l’attore recitava i suoi testi e organizzava le feste teatrali di cui era il responsabile.
Del Ruzante sono pervenuti fino a noi dodici eccellenti testi teatrali, oltre a versi e canzoni, tutti centrati sul linguaggio dei contadini padovani, un dialetto reinventato con straordinario vigore e fantasia.
Il regista del nostro spettacolo, Gianfranco De Bosio, a cominciare dal 1950 con il Teatro dell’Università di Padova, e fino ad oggi, riscoprì i testi originali e li diffuse con le sue messinscene di tutte le Commedie del Beolco, in Italia e nel mondo, dall’Europa alla Russia e alla Cina, in Israele, in Africa e nelle Americhe. Ospitarono le sue regie i maggiori teatri italiani ed europei, prima di tutti e fino ad oggi il Piccolo Teatro di Milano, Teatro d’Europa.

I due dialoghi che danno corpo allo spettacolo, “Il Parlamento del Ruzante che torna dalla guerra” e “Bilora”, ambientati nelle zone portuali di Venezia, furono scritti probabilmente negli anni 1525-27.
Per il Teatro Aenigma dell’Università di Urbino, il regista ha voluto compiere un adattamento alla realtà contemporanea, pur rimanendo fedele al testo originale.
La traduzione ambienta le vicende nel mondo d’oggi, facilitandone l’interpretazione agli attori di Aenigma, diretti da Vito Minoia, situando “Bilora” intorno al vicino porto di Ancona, sempre sul mare Adriatico, e il ritorno dalla guerra di Ruzante nei dintorni del porto di Napoli, sul mare Tirreno.
Le due storie raccontano avventure di personaggi degradati, fuggiti dalle campagne perseguitati dalla miseria, dalla violenza, dalle guerre, storie purtroppo corrispondenti, a distanza di quasi cinquecento anni, alle sventure moderne.
Sono storie di degrado, raccontate da un grande scrittore-attore del Rinascimento italiano, con la forza dell’invenzione d’arte, che può colpire anche lo spettatore contemporaneo.

GIANFRANCO DE BOSIO (Verona, 1924). Personalità di grande spicco nel panorama del teatro italiano di questo ultimo mezzo secolo, Gianfranco De Bosio inizia con grande pasione la sua attività a Padova, con il teatro universitario.
Nel 1949 riesce ad aprire un locale, Il Ruzante, dove realizza i suoi primi esperimenti di regista con un vasto repertorio che va da Eschilo a Calderón, da Goldoni a Ruzante, da Pirandello a Brecht. B. Brunelli lo aveva introdotto al mondo di Ruzante, ma determinante è la conoscenza e la collaborazione con L. Zorzi. Nel 1950 rappresenta per la prima volta La Moscheta, nel dialetto originale, con Giulio Bosetti (scene di Miscia Scandella, testo critico di L. Zorzi); nel 1956 la representa al festival di Venezia con Cesco Baseggio, Elsa Vazzoler, G. Bosetti, Antonio Battistella e Gino Cavalieri. Nel 1958 assume la direzione del Teatro stabile di Torino,affiancato da Nuccio Messina; nel 1960 riprende ancora La Moscheta, con una memorabile interpretazione di Franco Parenti, che dirigerà, ottenendo il medesimo risultato, in I Dialoghi del Ruzante (1965) e La Betia (1969). Il percorso ruzantiano è fonte per lui di continue ricerche, riscuotendo ottimi consensi di pubblico e soprattutto da parte della critica. Scopre infatti, come nessuno prima di lui è riuscito a fare, la modernità di un autore dal linguaggio all'apparenza impossibile da portare in scena. Nel momento in cui realizza I Dialoghi esce per la prima volta in Italia, presso Einaudi, l'opera completa di Ruzante; contemporaneamente, I Dialoghi sono invitati a rappresentare l'Italia al festival del Théâtre des Nations. A Torino dirige ancora Franco Parenti in La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht (1961); e realizza anche testi d'impegno civile e politico, come Le mani sporche di Sartre (1964) e Se questo è un uomo di Levi (1966).
Nel 1968 assume la sovrintendenza dell'ente lirico della città di Verona, dove promuove un vasto rinnovamento, chiamando all'Arena registi come Vilar, Squarzina e Ronconi. È questo un anno importante, durante il quale si verificano grandi cambiamenti nel campo del teatro e della regia soprattutto: la scena conquista un posto primario. L'attività di De Bosio è senza sosta; pur continuando il suo lavoro nella lirica (allestisce la tetralogia wagneriana e numerose opere di Verdi, tra le quali due significative messinscene dell' Aida), non abbandona mai l'approfondimento del teatro ruzantiano, di cui è il regista princeps , ma lavora anche su Goldoni - Le donne gelose (1985), Le donne de casa soa (1986), Le baruffe chiozzotte (1988), La bottega del caffè (1989) - e su Molière - L'avaro con G. Bosetti (1992). Particolarmente significativo anche l'incontro con l'opera di Svevo, evidenziato dal memorabile allestimento di Un marito con Aroldo Tieri e Giuliana Lojodice (1983, adattamento di Tullio Kezich). Definito per molti anni «regista ruzantiano per eccellenza», De Bosio è riuscito ad allargare la sua ricerca non solo ai classici, ma anche a opere novecentesche, soprattutto nei dieci anni trascorsi allo Stabile di Torino. Ha lavorato anche per la Rai, riscuotendo un successo internazionale nel 1974 con Mosè . È stato sovrintendente all'Arena di Verona fino al 1998.

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Comedia in Comedia
Spettacolo di Commedia dell’arte
ispirato ad un Canovaccio
manoscritto “Meridionale” del Seicento

in collaborazione con il Centro di Aggregazione Giovanile GOLEM

Riallestimento dell'opera messa in scena dalla Compagnia de "Lo Spacco" composta da attori detenuti nella Casa Circondariale di Villa Fastiggi a Pesaro nel Novemmbre del 2006

regia di Vito Minoia

con
Elisabetta Bondì nel ruolo di Celia
Eleonora Cannizzaro nei ruoli di Parente di Tartaglia e La Corte
Arianna Galuzzi nel ruolo di Coviello
Pasquale Pepe nel ruolo di Pulcinella
Francesca Pioggia nel ruolo di Orazio
Pietro Piva nel ruolo di Silvio
Paolo Polverini nel ruolo di Tartaglia
Beppe Ravaioli nel ruolo del Dottore
Stefania Siclari nel ruolo di Cinzia
Sonia Ugoccioni nel ruolo di Rosetta
Elementi scenografici di Vito De Feo
Fondale dei ragazzi della II B della Scuola Media “Galilei” di Pesaro
Maschere in cuoio di Giorgio De Marchi
Laboratorio teatrale a cura di Vito Minoia e Paolo Polverini


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TILT !

spettacolo ispirato all' opera

IL PING PONG di Arthur Adamov

 

adattamento del testo, scene e regia di  Lech Raczak
con Romina Mascioli, Paolo Polverini, Pietro Piva, Bruno Soriato, Stefania Siclari e la partecipazione straordinaria (in audio) di Umberto Ceriani
musiche originali di Luciano Daini

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Adamov Arthur (Kislovok 1908 - Parigi 1970), autore drammatico francese di origine armena.
Fin dal 1924, ha scelto di vivere ed operare in Francia. Fortemente influenzato da Artaud, Strindberg, Kafka e dall'espressionismo tedesco - cui bisogna sommare la profonda fascinazione esercitata dalle teorie di Freud - A. dà vita nel 1946 a La confessione (L'aveu), vera e propria rivelazione dell'angoscia dell'autore di fronte al vuoto esistenziale, che si concretizza in un processo di progressiva distruzione del linguaggio. Dal 1947 al 1953, A. scrive sei pièce, messe in scena da giovani registi come Jean Vilar, Jean-Marie Serreau o Roger Planchon.
Da La Parodie (1947) a L'invasion (1950), da La grande et petite manoeuvre (1950) al Professeur Taranne del 1953, i suoi testi paiono allontanarsi da uno psicologismo tradizionale e dal teatro metafisico per cercare di trasformare - secondo le sue stesse parole - «un sogno o un sentimento personali in una fatalità inflitta all'umantità».
Questo anche il tema di Il Ping-pong (1954), opera in cui il destino umano è esemplificato dal caso di un inventore di un biliardo elettrico che, perduto nel nonsense dell'esistenza, si ritrova a finire i propri giorni modificando continuamente le regole del gioco da lui stesso inventato. Opera fortemente legata al Teatro dell'Assurdo(del quale Adamov è considerato il creatore insieme a Beckett e Ionesco), Ping-pong traduce l'attenzione dell'autore per il linguaggio in quanto indicatore del disagio psichico e, soprattutto, quale segnale incontrovertibile della mancanza di senso in cui l'uomo appare immerso.

LECH MARIA RACZAK (Krzyzanowo, Polonia 1946) laureato nel 1969 alla facoltà di Lettere dell' Università "Adam Mickiewicz" con una tesi di laurea nel corso di Teatrologia del Prof. Ziomek sui primi anni di attività del Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski. Nell' anno 1964 fonda assieme ad alcuni colleghi di Lettere il teatro studentesco"Teatr Osmego Dnia”, che dirigerà fino al 1993. L’esperienza di Raczak e del Teatr Osmego Dnia è considerata in Polonia uno degli esempi più significativi di contestazione al regime autoritario filosovietico degli anni ’70 e ’80 quando la Compagnia subì inizialmente il divieto di rappresentare all' estero ed in alcune regioni della Polonia, poi il divieto di scrivere della propria attività sulla stampa, infine il divieto di rappresentare in tutta la Polonia e lo scioglimento d' autorità del gruppo, fatto che ha costretto il Teatr Osmego Dnia a rappresentare nelle Chiese e poi, nel 1986, a emigrare. Tra gli spettacoli, divenuti avvenimenti della vita teatrale polacca, ricordiamo “Dobbiamo accontentarci di quello che chiamano paradiso in terra?" (1975), "Svendita per tutti" (1977), "Oh, come abbiamo vissuto dignitosamente!"(1979), "Più che solo una vita"(1981), "L' ascesa"(1982), "Assenzio"(1985), "Autodafè"(1985), "Se un giorno, in una città felice..."(1986), "Terra di nessuno"(1991).
Fra le regie, un posto a parte, occupano gli spettacoli in spazi aperti, iniziati nel 1978 con l' azione "Poesia nella strada"; fra quelli più significativi : "Rapporto da una città assediata"(1983), "Se un giorno, in una città felice..."(1986), "La carne"(1989).
La Compagnia è accolta a braccia aperte in Polonia dopo la caduta del muro di Berlino. Nel 1993 Raczak lascia l’esperienza artistica del Teatr Osmego Dnia e viene nominato per tre anni direttore artistico del Teatr Polski, Teatro Stabile della città Poznan, ma nel 1991 aveva già fondato, sempre a Poznan, e ne è tuttora direttore artistico, il più grande Festival di Teatro per gli spazi aperti dell' Europa dell’Est "Malta", che si tiene tutti gli anni tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Attualmente diversi sono gli organismi di produzione teatrale, in Polonia ma anche in altre regioni europee, che chiedono al Maestro polacco di firmare la regia di importanti eventi spettacolari (in particolare collabora stabilmente con i Teatri Stabili di Gniezno e Legnica).
Il legame con il Teatro Universitario di Urbino, avviato con le prime esperienze di Pedagogia teatrale nel 1988, quando il Teatr Osmego Dnia era esule in Italia, è cresciuto, arrivando con gli anni alla progettazione di veri e propri percorsi di formazione per attori e per registi promossi dal Teatro Aenigma, per il quale ha curato anche la regia dei seguenti spettacoli con attori di provenienza internazionale: "Rappresentazione della vita di San Giovanni Battista alla maniera di Giovanni Santi" (1994); "La Pietra e il dolore" (1996) dall'omonimo scritto di Karel Schulz dedicato alla vita di Michelangelo con le scenografie di Jurek Piotrowicz; “Beckett, non io?” (1999) dedicato a Samuel Beckett in occasione del decennale della morte; “I veleni di Cagliostro” (2001) dedicato a Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro.